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Storia del Parco della Favorita

Storia della Palazzina Cinese

Storia della Palazzina Cinese

Verso la fine del XVIII secolo, tra verdi limonaie all’ombra di monte Pellegrino, era sorta un’esotica e stravagante casena, proprietà di Giuseppe Maria Lombardo e Lucchese, barone della Scala e dei Manchi del Belice. Una casena edificata “alla cinese”, con un nucleo centrale in muratura sormontato da una copertura a pagoda e due ali laterali coperte anch’esse da piccole pagode: era chiamata Villa delle Campanelle per una miriade di campanellini metallici che ne ornavano festosamente il prospetto e la recinzione e tintinnavano a ogni spirare di vento.
La singolare palazzina di pietra e legno aveva pianta quadrata a tre elevazioni, era illeggiadrita da una serie di balconate continue sorrette da esili montanti lignei e su uno dei fianchi svettava persino un minareto… palazzina cinese
Per la sua capricciosa foggia, la casina in stile cinese era stata già segnalata in scritti dell’epoca e anche raffigurata in un noto dipinto di Pietro Martorana, realizzato prima del 1797.
Questo fiore esotico aveva colpito Ferdinando IV di Borbone, il quale – esule volontario a Palermo in seguito all’occupazione francese del Napoletano - aveva deciso di costituire nella nuova capitale uno di quei prediletti “siri reali” che aveva dovuto abbandonare al di là del Faro.
“Sito reale” è un toponimo coniato a Napoli in età borbonica per indicare un vasto territorio destinato alla caccia del re. Tradizione, questa delle cacce reali, che nel Napoletano risaliva al tempo degli Aragonesi, mentre in Sicilia aveva origini anche più lontane, affondando le sue radici al tempo dei re normanni. Ma “sito reale” indicava pure, oltre al luogo degli svaghi venatori del sovrano, anche una grande estensione agricola produttiva nella quale venivano messe in pratica nuove tecniche e metodologie per conseguire un’agricoltura razionale, ispirata a quelle idee illuministiche di cui la monarchia borbonica ambiva farsi portatrice.
Con la presenza del re, Palermo aveva riconquistato il prestigio di città regale, erano risorti gli splendori dell’antico fasto e l’aristocrazia si era stretta attorno al suo sovrano, cercando con le sue dimostrazioni di affetto, di lenirgli l’amarezza per la perdita dell’altra metà del regno.
Tra le prime cure del re, c’era stata quella di crearsi una residenza acconcia agli svaghi venatori e alla villeggiatura della regale famiglia: l’attenzione dei sovrani si era rivolta subito verso la Piana dei Colli, dove un secolo prima era avvenuta la fioritura delle grandi ville auliche e dove altre erano sorte in seguito, per opera della nuova aristocrazia di toga.
Lusingati dalla preferenza, molti nobili del circondario si erano affrettati a offrire “spontaneamente” le loro terre per la costituzione della nuova tenuta: alla fine, tra i proprietari che si dicevano pronti a donare a titolo gratuito e il re che diceva di non volere imporre sacrifici a nessuno, fu convenuto di concludere l’acquisto mediante il pagamento di un censo annuo del valore quasi simbolico.
Cominciava così a prendere forma il primo fra i “siti reali borbonici” trapiantati da Ferdinando di Borbone nei suoi possedimenti di qua del Faro, esemplari sugli stessi modelli compositivi e funzionali dei reali siti partenopei, per proporsi in continuità. Gli altri sarebbero stati Boccadifalco, Scopello, Calatafimi, Partinico e soprattutto la reale casina di caccia della Ficuzza, estesa sui boschi Lupo, Cappelliere e Ficuzza, il più importante tra i reali siti della Sicilia. Furono patrimonio del re anche le riserve di Renda, Macambruno e il real podere di Partinico.
La nuova tenuta – alla quale il re volle dare il nome di favorita in ricordo dell’altra favorita reggia di Portici – sorgeva la villa cinese del barone Lombardo. Vederla e invaghirsene fu tutt’uno. Proprio a quel tempo la casena era stata messa in vendita, cosicché il re poté venirne facilmente in possesso, acquistandola a censo enfiteutico e anche a basso costo perché su istanza di alcuni creditori la proprietà era già stata messa all’asta e l’asta era andata deserta.
I lavori di ampliamento e di abbellimento della “casina cinese” furono affidati a Giuseppe Venanzio Marvuglia, architetto di rango, impegnato in quegli anni a lavorare all’Acquasanta per la villa neoclassica del principe di Belmonte, grande amico e sostenitore del re Borbone.
Si era creduto in passato che la casena del barone Lombardo al momento della ristrutturazione operata dal Marvuglia fosse stata demolita e ricostruita ex novo. In realtà la fabbrica settecentesca della Villa delle Campanelle – che di legno aveva soltanto il rivestimento e alcuni elementi decorativi – non fu mai demolita: vi furono apportate soltanto alcune modifiche e aggiunte, come è possibile accertare dal noto acquarello del Martorana.
In questa veduta panoramica egli ritrasse esattamente la palazzina così come si presentava ai suoi tempi, vale a dire prima delle innovazioni apportate dal Marvuglia. Anche allora l’edificio era dotato degli attuali ballatoi esterni articolati in due ordini, aveva tetti laterali coperti da tre piccole pagode e il corpo centrale leggermente più alto, coperto anch’esso da una coppia di pagode. Vi si osservano anche le scale elicoidali esterne e le ringhiere di legno dipinte a colori vivaci. Nello sfondo si scorge la veduta di Palermo – riprodotta con grande fedeltà – dominata dalla mole del Castello Reale e della Cattedrale, sormontata dalla grande cupola settecentesca del Fuga. Poiché quest’ultima fu completata nel 1795, si può desumere che l’acquarello, firmato ma non datato, sia di poco posteriore.
Per assecondare il desiderio dei sovrani che volevano lasciare alla Villa delle Campanelle l’originaria fisionomia, l’intervento del Marvuglia si limitò dunque, all’esterno, alla realizzazione delle due grandi terrazze laterali di terza elevazione dalle strane travature traforate e all’aggiunta dei due portici poligonali , evidenziati da alte colonne sulle opposte facciate.
Il primo piano, come il secondo, è caratterizzato da una balconata continua a cui si può accedere da due originali torri (realizzate nel 1806 dal real capomastro G. Patricola) con scale “a lumaca”, staccate dal corpo della costruzione, che enfatizzano il carattere ludico dell’edificio.
Il piano seminterrato si caratterizza, all’esterno, con un portico ad archi acuti di gotica memoria, mentre la parte centrale dell’edificio si conclude con una “specola” o stanza dei venti, suggestivo ambiente ottagonale con copertura a pagoda.
Per quanto obbligato da una ricerca formale circoscritta a moduli decorativi prestabiliti, nell’ampliamento di questo edificio il Marvuglia non dimostrò soltanto gusto e misura eccezionali, ma riuscì anche a esaltare l’esotismo bizzarro che la villa possedeva sin dal tempo del barone Lombardo, caratterizzata com’era dall’acceso cromatismo dei prospetti: rosso e verde malva su fondo ocra.
In realtà il gusto della “chinoiserie” si era diffuso già da tempo in Europa, ma riguardava quasi esclusivamente gli interni: da Versailles ai palazzi nobiliari di Palermo (e della Sicilia) era d’obbligo avere un salottino nel quale si potesse respirare un’atmosfera esotica. A questo punto il Marvuglia innestando alla singolare architettura preesistente nuovi moduli ideati dalla sua fervida fantasia, riuscì a creare un complesso materiato di luci e colori, di volumi armonici ed essenziali che fanno di questa residenza - realizzata interamente alla cinese, e qui va ricercata la sua autentica unicità - «l’esempio più raffinato di cineseria italiana del tardo Settecento» (Hugh Honour). Molto più impegnativa fu l’opera di ripristino degli interni appartamenti per adeguare quella che era stata una capricciosa casena di campagna a residenza regale.
I lavori della Real Villa dei Colli si protrassero per qualche anno e si conclusero nel 1802.
Nel seminterrato – al quale si accede da una porta situata al centro delle due piccole rampe di scale esterne – fu realizzato il grande salone da ballo, decorato dal Velasco in stile Luigi XVI, con finte rovine nella volta, un “trompe l’oeil” di grande valore decorativo. Il salone è circondato da ambienti minori come la saletta dell’ ”udienza”, la camera del bigliardo, la camera del buffet, le cucine e un piccolo disimpegno che, attraverso una scala di marmo, conduceva al bagno del re con la grande vasca di marmo incassata nel pavimento.
Nel piano rialzato, la galleria destinata ai ricevimenti e alle udienze reali è adorna di pitture ispirate a scene di vita orientale e paesaggi arcadici, insieme ad altri svariatissimi decori originariamente accostati a preziose tappezzerie al succo d’erba e ad arazzi provenienti dalla Real Tappezzeria di Napoli. Su un lato di questo salone si apre la sala da pranzo, decorata con scene campestri di vita cinese e dotata di quella ingegnosa “tavola matematica” a saliscendi, attraversata da quattro fori dai quali i piatti salivano pieni dalla cucina sottostante e ne discendevano vuoti: al re non piaceva mangiare sotto lo sguardo di estranei.
Sul lato opposto si trova l’appartamento reale, costituito da una serie di ambienti arredati con grande lusso, col mobilio e le suppellettili più preziose, fatte venire appositamente da Napoli quando i sovrani (nel 1806) fecero ritorno a Palermo, questa volta per una più lunga permanenza dovuta ai casi politici.
Pare che l’arredamento originario del tempo del barone Lombardo fosse rimasto più o meno tale fino al 1806: a partire da allora vi era stata aggiunta gran copia di arredi provenienti dai reali siti di Napoli (San Leucio, Portici e Capodimonte) consistenti in mobilio, tappeti, arazzi, porcellane e suppellettili varie.
Particolarmente ricca era la decorazione pittorica della camera del sovrano, un affollarsi di cinesini e damine, in abbigliamenti vivaci, ripresi da Benedetto Cotardi e Giuseppe Velasco nell’atto di rendere omaggio ad alti dignitari del celeste Impero, assisi sotto serici baldacchini, fra seducenti motivi orientali con draghi e uccelli alati. Lo stesso letto del re era sormontato da un baldacchino con otto colonne di marmo bianco.
Alla regina Maria Carolina fu destinato il piano superiore, costituito dalla camera da letto decorata in stile neoclassico, con affreschi attribuiti al Cotardi, e da una serie di ambienti destinati al soggiorno, con volte e pareti dipinte con figure di ispirazione pompeiana e neoclassica, di elegante compostezza. Maria Carolina amava dedicarsi alla pittura, forse per dimenticare le angosce per le tristi vicende del regno. In una di queste salette si conservano i ritratti della regale famiglia dipinti in monocromia dalla regina stessa e sottolineati da tenere diciture. Sotto le testine riunite dei figli, ancora fanciulli, aveva scritto: «Immagini di mia tenerezza»; sotto il profilo di Ferdinando, «Il mio sostegno»; sotto l’immagine del primogenito, «La mia speranza». La regina aveva anche raffigurato se stessa, ma – sbagliando genere – aveva scritto nella didascalia: «Me stesso».
Nel complesso tutti gli ambienti della villa dei Colli facevano sfoggio di una dovizia ornamentazione pittorica dovuta ad artisti notissimi, tra cui Velasco, Elia Interguglielmi, Vincenzo Riolo, Giuseppe Pataria, Vincenzo Gallo e Raimondo Gioia. A quest’ultimo, in particolare, si deve la decorazione delle due facciate, splendenti di suggestivi cromatismi.
Caduta la monarchia borbonica, la storia della Palazzina Cinese non ha avuto una svolta felice: il sito dei Colli, con proprietà annesse, è passato prima in dotazione della Corona, poi del Demanio dello Stato (1877) e quindi è stato ceduto in uso al ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1935 il Ministero, venendo incontro a un desiderio ripetutamente espresso dall’Amministrazione comunale di Palermo, trasferiva a questa il possedimento dei Colli con i pochi, superstiti arredi e i giardini di pertinenza. In seguito, sempre nel 1935, si decise di sistemare nelle dipendenze della palazzina e nella cappella reale la collezione del Museo Etnografico Pitrè, una delle più apprezzate d’Europa nel suo genere, costituita nel 1909 dal celebre etnologo e demologo palermitano, supportata da una ricchissima biblioteca a carattere folkloristico e antropologico. Oggi in queste sale, attraverso oltre quattromila reperti provenienti da diverse zone dell’isola, sono raccolti la vita, gli usi i costumi, il lavoro e l’arte del popolo siciliano dall’Ottocento al Novecento.
Nel 1987 la palazzina reale – che nel frattempo era stata aperta alle visite del pubblico e destinata a sede di cerimonie nuziali secondo il rito civile – veniva chiusa “a tempo indeterminato” a causa dell’invasione di voraci termiti che avevano attaccato la parete lignea della struttura, travi, porte e infissi.
Si è dato inizio, quindi, a un’opera di restauro per la salvaguardia e il recupero del monumento. Restauro che, a tutt’oggi (2005), sembra lontano dalla sua conclusione: da anni, infatti, naviga nel placido mare della burocrazia, un mare che malauguratamente è sempre in bonaccia.

Ringraziamo l’autrice Giulia Sommariva per la gentile concessione.
(tratto dal libro “Bagli e Ville”, Ed. Flaccovio)